Sfruttamento dei lavoratori distaccati nel mercato unico UE
Rielaborazione della relazione svolta al convegno internazionale <<Le agenzie per il lavoro e la mobilità transnazionale dei lavoratori>> di Nathan Lillie, Ines Wagner e Lisa Bernsten
1<< l’integrazione europea sfida in substantia e non solo concettualmente la nozione stessa di sovranità>>. Ancora usando le parole del prof. Nathan Lillie <<le relazioni tra stati all’interno del mercato unico europeo, la trasformazione della sovranità degli stessi stati europei, mirano alla ristrutturazione dei processi del lavoro, in modo da favorire il capitale a discapito della tutela dei lavoratori>>. Nella relazione tenutasi a Milano alcuni anni fa, il tema del distacco transnazionale e le correlative conseguenze sul mercato del lavoro e più specificamente sui diritti dei lavoratori, sono il fulcro dell’intero convegno; viene analizzato il fenomeno dal punto di vista del diritto comunitario; la dottrina nord europea centra uno dei problemi focali anche della nostra nazione: lavoratori distaccati vedono il diminuirsi dei loro diritti e i lavoratori del paese ospitante che di contro, vedono una diminuzione del costo della mano d’opera e delle loro stesse prestazione. Di seguito estrapolerò le nozioni principali del convegno dal punto di vista giuridico che più possono essere utili a comprendere il sistema del mercato unico europeo
Il distacco dei lavoratori europei è orma una prassi: lavoratori migranti distaccati dai loro datori dal proprio paese d’origine, lavorando per salari più bassi, con tutele inferiori rispetto ai colleghi assunti dello stato ospitante, in violazione delle norme lavoristiche e dei contratti collettivi dello stesso Stato. L’agenda politica del mercato europeo rende ciò possibile a discapito delle discipline dei singoli Stati.
La commissione UE in special modo, e la CGE hanno più volte adottato il tema della presunta incompatibilità tra disciplina nazionale e diritti di libera circolazione nella UE per minare i sistemi nazionali di relazioni industriali. Il tutto reso possibile dai c.d. “spazi di eccezione” non regolati. Regimi alternativi non regolamentati che consentono alle imprese di scegliere il sistema nazionale di diritto giuslavoristico da applicabile ricorrendo al subappalto transnazionale. Spazi di eccezione che inevitabilmente vanno volgendosi a favore della classe capitalista transnazionale come strumenti di controllo di gestione del processo di riorganizzazione del lavoro.
A prescindere dalle varietà nazionali di capitalismo, le imprese li utilizzano quali strumenti per ristrutturare le dinamiche del sistema lavoro, anche di Stati differenti da quelli d’origine dell’Impresa. La loro creazione è stata generata dalla dinamica di europeizzazione e delle cessioni di sovranità al sistema comunitario.
Nei contesti isolati e quindi delle varie tipologie di capitalismo nazionale, i datori di lavoro non possono sfuggire alle norme nazionali. Gli spazi di eccezione, le zone franche nel sistema europeo, consentono invece una opzione flessibile, nella quale l’arbitraggio normativo diventa un elemento della strategia di gestione del singolo luogo di lavoro. Se da un lato le geografie della sovranità e i confini statali sono “costrutti sociali” relativi, lo diventano ancor di più nelle dinamiche comunitarie: i confini si trasformano in delle vere e proprie astrazioni nelle dinamiche di Schengen. Da una parte si parla di assenza di frontiere, ma in sostanza vengono via via ricostruiti e soprattutto presi di riferimento per quanto attiene al diritto del lavoro, in modo che la disciplina normativa e le pratiche aziendali facciano riferimento a sovranità diverse e quindi a regimi normativi alternativi e per così dire a convenzienza del datore di lavoro, che può scegliere "i confini" più convenienti.
Sovranità alternativa, per usare le parole di pregevole dottrina scandinava. Fonti extraterritoriali e comunitarie che da un lato aborrano i confini nazionali, ma dall’altro ne consentono il rimando, per quanto attiene ai -diritti del lavoratore minorati- per così dire, prendendo in considerazione il trattamento in peius fra lo Stato d’origine e quello ospitante. Concludo il riassunto di quanto esposto al convegno con un esempio che è ormai definibile prassi costante dal Prof. Nathan Lillie, a dimostrazione di come i confini esistano, ed esistano soprattutto ed anche per chi vorrebbe o forse meglio, finge di voler che non esistessero, ma che continua ad utilizzarli in modo unico e senz’altro inedito
<<Facendo un esempio concreto: un operaio polacco che lavora per un subappaltatore polacco in un cantiere edile tedesco, non ha gli stessi diritti garantiti dalla legge e dalle circostanze effettive, di un qualsiasi operaio che lavora per un subappaltatore tedesco; il rapporto di lavoro, anche se svolto in Germania è principalmente e per molti aspetti regolato dalla normativa sul lavoro della Polonia, meno garantistica.
La sovranità viene così riconfigurata, attraverso il diritto UE e la pratica scorretta delle aziende, basandosi su contingenze, per così dire esterne alla territorialità ove si svolge la prestazione di lavoro, non può essere sanzionata dai giudici tedeschi o dagli ispettori del lavoro; inoltre è da tempo riconosciuto che la concorrenza crei pressioni al ribasso sulle norme del lavoro nelle imprese transnazionali,3 la dissociazione tra sovranità e confine geografico dello Stato facilita inoltre un regime concorrenziale anche per le industrie a livello locale, innescando inevitabilmente conflitti sociali fra lavoratori locali e migranti/dislocati>>4
Traduzione dall’inglese a cura di Chiara Perderzoli
1)Giornale del diritto del lavoro e delle relazioni industriali n. 141, 2014, I
2)Bruff, 2010
3)Streeck, 1992
4)Lillie 2010
Riassunto a cura di Franco Ricci (il riassunto viene riportato per uso di critica e di discussione, nei limiti di tali fini e non costituisce concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera )
Rielaborazione della relazione svolta al convegno internazionale <<Le agenzie per il lavoro e la mobilità transnazionale dei lavoratori>> di Nathan Lillie, Ines Wagner e Lisa Bernsten
1<< l’integrazione europea sfida in substantia e non solo concettualmente la nozione stessa di sovranità>>. Ancora usando le parole del prof. Nathan Lillie <<le relazioni tra stati all’interno del mercato unico europeo, la trasformazione della sovranità degli stessi stati europei, mirano alla ristrutturazione dei processi del lavoro, in modo da favorire il capitale a discapito della tutela dei lavoratori>>. Nella relazione tenutasi a Milano alcuni anni fa, il tema del distacco transnazionale e le correlative conseguenze sul mercato del lavoro e più specificamente sui diritti dei lavoratori, sono il fulcro dell’intero convegno; viene analizzato il fenomeno dal punto di vista del diritto comunitario; la dottrina nord europea centra uno dei problemi focali anche della nostra nazione: lavoratori distaccati vedono il diminuirsi dei loro diritti e i lavoratori del paese ospitante che di contro, vedono una diminuzione del costo della mano d’opera e delle loro stesse prestazione. Di seguito estrapolerò le nozioni principali del convegno dal punto di vista giuridico che più possono essere utili a comprendere il sistema del mercato unico europeo
Il distacco dei lavoratori europei è orma una prassi: lavoratori migranti distaccati dai loro datori dal proprio paese d’origine, lavorando per salari più bassi, con tutele inferiori rispetto ai colleghi assunti dello stato ospitante, in violazione delle norme lavoristiche e dei contratti collettivi dello stesso Stato. L’agenda politica del mercato europeo rende ciò possibile a discapito delle discipline dei singoli Stati.
La commissione UE in special modo, e la CGE hanno più volte adottato il tema della presunta incompatibilità tra disciplina nazionale e diritti di libera circolazione nella UE per minare i sistemi nazionali di relazioni industriali. Il tutto reso possibile dai c.d. “spazi di eccezione” non regolati. Regimi alternativi non regolamentati che consentono alle imprese di scegliere il sistema nazionale di diritto giuslavoristico da applicabile ricorrendo al subappalto transnazionale. Spazi di eccezione che inevitabilmente vanno volgendosi a favore della classe capitalista transnazionale come strumenti di controllo di gestione del processo di riorganizzazione del lavoro.
A prescindere dalle varietà nazionali di capitalismo, le imprese li utilizzano quali strumenti per ristrutturare le dinamiche del sistema lavoro, anche di Stati differenti da quelli d’origine dell’Impresa. La loro creazione è stata generata dalla dinamica di europeizzazione e delle cessioni di sovranità al sistema comunitario.
Nei contesti isolati e quindi delle varie tipologie di capitalismo nazionale, i datori di lavoro non possono sfuggire alle norme nazionali. Gli spazi di eccezione, le zone franche nel sistema europeo, consentono invece una opzione flessibile, nella quale l’arbitraggio normativo diventa un elemento della strategia di gestione del singolo luogo di lavoro. Se da un lato le geografie della sovranità e i confini statali sono “costrutti sociali” relativi, lo diventano ancor di più nelle dinamiche comunitarie: i confini si trasformano in delle vere e proprie astrazioni nelle dinamiche di Schengen. Da una parte si parla di assenza di frontiere, ma in sostanza vengono via via ricostruiti e soprattutto presi di riferimento per quanto attiene al diritto del lavoro, in modo che la disciplina normativa e le pratiche aziendali facciano riferimento a sovranità diverse e quindi a regimi normativi alternativi e per così dire a convenzienza del datore di lavoro, che può scegliere "i confini" più convenienti.
Sovranità alternativa, per usare le parole di pregevole dottrina scandinava. Fonti extraterritoriali e comunitarie che da un lato aborrano i confini nazionali, ma dall’altro ne consentono il rimando, per quanto attiene ai -diritti del lavoratore minorati- per così dire, prendendo in considerazione il trattamento in peius fra lo Stato d’origine e quello ospitante. Concludo il riassunto di quanto esposto al convegno con un esempio che è ormai definibile prassi costante dal Prof. Nathan Lillie, a dimostrazione di come i confini esistano, ed esistano soprattutto ed anche per chi vorrebbe o forse meglio, finge di voler che non esistessero, ma che continua ad utilizzarli in modo unico e senz’altro inedito
<<Facendo un esempio concreto: un operaio polacco che lavora per un subappaltatore polacco in un cantiere edile tedesco, non ha gli stessi diritti garantiti dalla legge e dalle circostanze effettive, di un qualsiasi operaio che lavora per un subappaltatore tedesco; il rapporto di lavoro, anche se svolto in Germania è principalmente e per molti aspetti regolato dalla normativa sul lavoro della Polonia, meno garantistica.
La sovranità viene così riconfigurata, attraverso il diritto UE e la pratica scorretta delle aziende, basandosi su contingenze, per così dire esterne alla territorialità ove si svolge la prestazione di lavoro, non può essere sanzionata dai giudici tedeschi o dagli ispettori del lavoro; inoltre è da tempo riconosciuto che la concorrenza crei pressioni al ribasso sulle norme del lavoro nelle imprese transnazionali,3 la dissociazione tra sovranità e confine geografico dello Stato facilita inoltre un regime concorrenziale anche per le industrie a livello locale, innescando inevitabilmente conflitti sociali fra lavoratori locali e migranti/dislocati>>4
Traduzione dall’inglese a cura di Chiara Perderzoli
1)Giornale del diritto del lavoro e delle relazioni industriali n. 141, 2014, I
2)Bruff, 2010
3)Streeck, 1992
4)Lillie 2010
Riassunto a cura di Franco Ricci (il riassunto viene riportato per uso di critica e di discussione, nei limiti di tali fini e non costituisce concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera )
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